giovedì 31 luglio 2008

Sicurezza sul lavoro: Autostrade Centro Padane


Stamattina, ore 7.45. Sto viaggiando sulla A21 in direzione Brescia. nel tratto che sto percorrendo è un'autostrada piuttosto bella e sgombra con una larga striscia centrale di erba tra le due carreggiate.



A un certo punto, vedo un trattorino tipo il caddy dei campi da golf che si muove nell'erba. Il mio cervello registra appena “men at work” e dopo due o tre secondi (all’incirca cento metri) un uomo con decespugliatore sta tranquillamente tagliando l’erba al bordo dell’autostrada: visiera, guanti, scarpe anti-infortunio, vestiario più che adatto al lavoro di giardiniere.

Diviso dai bolidi che sfrecciano – spesso anche a velocità di molto superiori ai 130 km/h consentiti – soltanto dalla riga bianca e dalla potente mano dello spirito santo.

mercoledì 30 luglio 2008

Secondo te, e' nato prima l'uovo o la gallina ?




Un mio amico, stamattina su Facebook, mi ha rivolto la domanda che sta nell'headline di questo post. Dopo un attimo di smarrimento ho trovato una risposta convincente, che riporto di seguito:


"Vexata quaestio, avrebbero detto gli antichi romani.

Io comunque penso che sia difficile in ogni caso pensare che una gallina o un uovo siano sorti dal coacervo di organismi monocellulari. Ed anche se sono di certo a uno stadio più evoluto, come si è verificato che ad un certo punto UN UOVO o UNA GALLINA si siano trovati lì, nel bel mezzo dell'aia?

Per farla breve, secondo me, è nato prima Francesco Amadori.

Parola di Franz Amigoni."


La semplice curiosità mi ha fatto scoprire un mondo, sotto questa domanda apparentemente ingenua. Un mondo che tocca il nostro essere più interiore.Perchè senza sapere da dove veniamo, non potremmo mai sapere dove andiamo.


E' come pensare a dove finisce il cielo. Dove finisce?
E' nato anche un gruppo dedicato su Facebook.
Chissà cosa penserebbero della faccenda i Pastafariani.

Qui di seguito presento vari approcci al problema, tutti "sgusciati" dalla rete.
Un approccio evoluzionista
Un approccio matematico
Un approccio filosofico (potenza e atto)
Un approccio agnostico
Un approccio revisionista (il mea culpa di Ian Wilmut )
Un approccio Yahoo! Answers
Un approccio Wikipedia

martedì 29 luglio 2008

Che dici a una tizia che hai incontrato su Second Life?


“Sei bella come un avatar”?
“Sono virtualmente eccitato”?
“Mi mandi in flickering”?

Leggendo i primi capitoli di “All’immobilità qualcosa sfugge” di Giovagnoli mi pare chiaro che alla realtà non si sfugge.


Non si sfugge a quel ciclo vitale umano composto sì da pensieri ma (in maniera paritetica) anche da quel supporto di carne e sangue che tanto condiziona i nostri pensieri.
Lo spirito e il corpo - Yin e Yang – sono due facce della stessa medaglia. Alla fine del processo vitale, la coesione elettromagnetica tra corpo e spirito viene a cessare e ci trasformiamo di nuovo in altro da noi. Come nel ciclo della pioggia. Anzi, nel ciclo dell’umidità che della pioggia è l’attitudine. Noi umani abbiamo l’attitudine al restare vivi, qualsiasi forma questo ci faccia prendere.

E’ ovvio, in questo momento stiamo tendendo l’immaginario virtuale collettivo fino agli estremi con le nuove tecnologie: Second Life, il social networking, l’interconnessione continua di stimoli e notizie; ma il meccanismo – sebbene estremizzato e spinto da “economie di scala” - non è molto diverso da quei lontanissimi anni ‘60 in cui sembrava che l’umanità dovesse tutta spiccare il volo verso la Luna.

Anzi, per dirla con
Buzz Lightyear di Toy Story: “to Infinity and beyond”.

venerdì 25 luglio 2008

“Abbattiamo tutti i muri”




…Case vicoli palazzi,

perché lui ama i colori…




Perché Obama e Berlino funzionano così bene insieme.


Che cos’ha Berlino che i progressisti e sognatori d’America e di tutto il mondo ci si vanno a far benedire? Cosa rende forte la visita di Obama a Berlino tanto che – grazie ai media e ad Internet che ci danno immediata la portata dell’evento - quella visita è già un’icona storica anche se è passato solo un giorno?

Berlino ha un fascino cui è difficile resistere. Obama ha un fascino cui è difficile resistere. Entrambi possiedono il fascino - e il carisma - della Storia. Sono entrambi “hot spots” geopolitici, punti caldi in cui si è concentrata la tensione storica e umana in senso lato.
I nodi del futuro passano anche da lì - da un uomo ed da una città - perché l’umanità che vive nelle città si nutre di immaginario pieno di speranza e vuole buttare il cuore oltre l’ostacolo. E’ importante farlo dopo tutto il male ingoiato e interiorizzato proprio in città in questo nuovo millennio. Zygmunt Bauman ha dedicato parte della sua sconfinata opera sociologica ad analizzare il rapporto tra uomo e città, e le paure e speranze che vi si annidano. Qui però il parallelo tra “uomo Obama” e “città Berlino” lavora a livello meno sociologico e più visivo e psicologico.






La potenza dell’immagine risiede in un improvviso balzo che essa ha fatto, come se la percezione dell’immagine di Barack Obama fosse cambiata alla sola esposizione dello stesso a un’atmosfera diversa da quella degli Stati Uniti. Obama è andato a trovare la vecchia zia in Europa. Obama che ha studiato e che è diventato grande e che ora prende sua zia per mano.

In Berlino l’incedere maestoso dell’architettura moderna che si mischia con quella passata, il solido carattere tedesco e l’atmosfera cosmopolìta danno alla città aperta un carattere fortemente globale, sicuro di sé, aperto alle sfide geopolitiche. In Obama quello che si nota subito è il carattere volitivo, la storia che egli rappresenta (da cui proviene), la nuova visione del futuro e il mix tra storia dei neri d’America e i Kennedy (direi, per eccellenza e paradigma, i “bianchi d’America”).


I segni forti della storia che porta su di sé e il fatto di essere in una posizione geopoliticamente strategica (anche ora, non solo fino a che è rimasto in piedi il muro), rendono Berlino un mausoleo in ricordo del tragico secolo corto appena trascorso ma, allo stesso tempo, le danno quella connotazione di speranza nel futuro a cui ognuno di noi vuole (si vuole!) fortemente credere.

Obama ha un fascino a cui non si può resistere “perché Barack Obama è un sogno”. La sua figura si associa al superamento di questa fase storica altamente tragica e dolorosa (per la quale Karl Kraus non avrebbe nemmeno mosso un passo ma avrebbe soltanto taciuto) ed al superamento di barriere tra popoli ed etnie. Muri ovunque, nella testa della gente e nella pratica politica. In Italia, detto per inciso, gli effetti del 2008 arriveranno nel 2015, se saremo veloci nel recepirne la portata e abbattere i muri che ci dividono quartiere per quartiere, casta per casta.

Abbattere i muri è un compito pressoché insormontabile ma – ricordiamolo - Obama ha dalla sua parte la forza di crederci davvero. Un ingenuo credo nel futuro che implementa davvero la semplice frase “Yes, we can” con il quale ha portato avanti la sua campagna. Sì. Possiamo dimenticarci di Bush, di suo padre, della campagna per il petrolio e - in mezzo - dei peccatucci di forma di Bill Clinton. E dimentichiamoci pure di Hillary Clinton, che francamente ha condotto la sua campagna presidenziale con troppa supponenza (leggasi: come se fosse già eletta.

E poi iniziamo a costruire un mondo migliore: il compito è difficile ma ampio è il suo mandato. Certo, l’ostacolo McCain non è ancora superato, ma cos’è McCain a confronto con la Storia?

Berlino lo aspettava. Obama vi si è recato.
Forse un sogno proibito, ma comunque irresistibile.


Impressioni personali sulla città.
Sono stato a Berlino nel 2002 con Cristiana. Eravamo ospiti di Rainer e della sua famiglia. Una settimana in cui abbiamo girato in lungo e in largo la città con le U-Bahn e, più raramente, la S-Bahn. Il centro Sony, il Reichstag, Kurfurstendamm, la Gedächtniskirche, l’Insel piena di musei, il Kunsthaus Tacheles, l’Unter den Linten, la Fernsehturm, il quartiere turco a Kreuzberg, la Martin Gropius Bau e quella meravigliosa e tragica distesa di palazzi a est di Alexanderplatz in cui corrono i tram gialli e bianchi. I suoi parchi e gli alberi che invadono tutti gli anditi. Il grandissimo cimitero ebraico che è uno dei più grandi d’Europa, con tombe di pietra nera risalenti al diciottesimo secolo. Conservo di Berlino un vivissimo ricordo. E’ un casto cantuccio della mia memoria.
“Ich bin ein Berliner”, pacatamente.

Links su Berlino:
www.berlin.de/english/
http://www.visitberlin.de/index.en.php?
http://en.wikipedia.org/wiki/Berlin
http://www.flickr.com/search/?q=berlin

giovedì 24 luglio 2008

The inner side of smoke



Attenzione: il contenuto del link è di forte impatto.

( Se siete facilmente impressionabili alla vista di componenti umane, allora non guardatelo )

I due lati del fumo

Abbiamo bisogno di una nuova campagna
anti-fumo.
Globale.



















In ricordo delle vecchie care campagne Pubblicità Progresso





mercoledì 23 luglio 2008

Are U Ning?

( A directory of social networks )


“Lo scopo principale degli ideatori di Ning è quello di trasformare l’utente appassionato di social networking dal ruolo passivo di ospite a quello attivo di “padrone di casa”. Ning copre pressoché tutti gli ambiti della community permettendo all’utente di controllare con semplicità i diversi aspetti relativi alle funzionalità applicative, al look&feel, alle procedure di registrazione, all’ accesso, all’inserimento dei contenuti, alla moderazione nonché anche alla struttura stessa del network.” (dalla entry su it.wikipedia.org)

Official Ning Blog

martedì 22 luglio 2008

Second life - la discesa nell'inferno del reale


Se l'arco di comunicazione di Second Life si è ormai compiuto - dice Max Giovagnoli (su Jugo)- e ormai a fare notizia sono solo i più o meno prestigiosi 'ingressi importanti' tra i 14 milioni di utenti loggati, Second Life può essere invece ancora molto attivo come bacino emotivo da riverberare su advertising, comunicazione aziendale e scrittura creativa, sfruttando le nuove narrazioni del web 2.0.

Insomma, anche su Second Life inizia a pesare chi sei nella vita reale. Anche su quello che due anni fa era la frontiera del virtuale, pesa un gioco che tutto riporta nella sfera gravitazionale umana. L'uomo cerca di liberarsi dai vincoli di se stesso, ma non ci riesce. Ciò che è reale è virtuale, ciò che è virtuale è reale.
C’è ancora un mucchio di “spazio” e di immaginario libero.


Max Giovagnoli parla di ottimizzazione dello sfruttamento delle risorse virtuali presenti, cosa che è ancora lungi dal venire. Deve essere ancora sfruttato bene il canale Second Life, prima che ci si possa inventare una Third Life (qualunque nome essa assumerà).

Per dirla con Eugenio Finardi c’è “un pianeta intero da esplorare”, con la differenza che noi non siamo extra-terrestri. Meta-terrestri, a volte, sì.

lunedì 21 luglio 2008

Le falene del Social being




Nel testo seguente* vi è l’analisi lucida di un grande filosofo i cui testi oltre che dissertazioni filosofiche di altissimo livello sono vere e proprie dissezioni del corpo sociale.

Il tema centrale è la fissazione sull’immagine ricorrente nella nostra società – direi l’eccessivo render trasparenti i supporti umani di carne e sangue - che mi fa venire in mente quelle falene che stanno già morte sulle pareti eppure così lievemente posate che paiono pronte a riprendere il volo.

Ecco il testo:

Il ragazzo che scivola sulla tavola a rotelle con il walkman, l'intellettuale che lavora al word-processor, il rapper del Bronx che volteggia freneticamente al Roxy o in un altro locale, il jogger, il body-builder: dappertutto la stessa bianca solitudine, dappertutto lo stesso rispecchiamento narcisista, riferito al corpo o alle facoltà mentali.

Il miraggio del corpo è ovunque straordinario. E il solo oggetto sul quale valga la pena di concentrarsi, non come fonte di piacere o di sesso, ma come oggetto di cui farsi carico con infinita sollecitudine, nell'ossessione della défaillance e della prestazione negativa. Il corpo è vezzeggiato nella perversa certezza della sua inutilità, nella totale certezza della sua non resurrezione.

Infatti il corpo che si pone il problema della propria esistenza è per metà già morto: il suo culto attuale, tra lo yoga e l'estasi, è dunque una preoccupazione funebre. La cura che ci si prende di lui mentre è in vita prefigura il maquillage delle imprese funebri, col sorriso fissato sulla faccia della morte.
Tutto consiste nell'essere fissati su qualcosa. Non si tratta di essere - e nemmeno di avere - un corpo, ma di essere fissati sul proprio corpo. Fissati sul sesso, fissati sul proprio desiderio. Concentrati sulle proprie funzioni come su dei differenziali d'energia o su degli schermi video. Edonismo come fissazione: il corpo è uno scenario la cui curiosa melopea igienista corre fra innumerevoli stabilimenti del culturismo, di muscolarismo, di stimolazione e di simulazione che vanno da Venezia a Trupanga Canyon, e che descrivono un'ossessione collettiva asessuata.

E a quest'ossessione fa da contrappunto l'altra, di essere fissati sul proprio cervello. Quel che la gente contempla o crede di contemplare sullo schermo del word-processor o del computer sono le operazioni del proprio cervello. Oggi non è più nel fegato o nelle visceri, e nemmeno nel cuore o nello sguardo che si cerca di leggere, ma semplicemente nel cervello, di cui si vorrebbe rendere visibili i miliardi di connessioni, e assistere al loro svolgimento come in un videogame. Quel che ci affascina è lo spettacolo offerto dal cervello e dal suo funzionamento. Ci piacerebbe poter vedere lo svolgimento superstizioso dei nostri pensieri. E anche questa è una superstizione.

* tratto da “Il sogno della merce”, di Jean Baudrillard

mercoledì 16 luglio 2008

Ambiguità e traduzione - una guida

( L’importanza del contesto )

Ho avuto occasione di capire quanto sia importante porsi in relazione con “il contesto” quando ho dovuto tradurre versioni dal greco o dal latino, nei miei giorni passati al liceo. Quando proprio una parola non voleva starci ed io la forzavo comunque, alla fine il risultato (sul registro) era disastroso per me. Ed era segno che non avevo fatto caso al contesto.

Questa piccola guida
di Giancarlo Livraghi agli errori/orrori di traduzione dall’inglese servirà a chi – come me – fa dell’inglese un uso non professionale ma che ci tiene a non cadere in tranelli tesi dai “false friends” (termini in un’altra lingua che somigliano a termini italiani che hanno un significato diverso, a volte radicalmente diverso) e dalle assonanze che ci possono essere tra parole di lingue diverse. Più ad alto livello, potrà servire da monito, un insegnamento da portare con sé ogniqualvolta si dovrà avere a che fare con un’altra lingua.

Una delle categorie più in voga in questo mondo globale e veloce è quella del “lost in translation”, un’infinità di sfumature si perdono al solo profferir la parola sbagliata.
Come dice l’autore di questa guida – incompleta non per difetto di costruzione ma per la natura stessa degli errori di traduzione che sono in continua espansione - ciò che è in gioco è la propagazione di notizie imprecise attraverso la worldsphere, con effetti collaterali difficilmente prevedibili.

Come diceva Nicole Kidman nel film “The interpreter” c’è differenza tra il tradurre “andato” al posto di “morto” per significare il trapasso di una persona. La differenza potrebbe avere addirittura effetti geopolitici devastanti. Questo in realtà pone l’accento su un aspetto più generale, che qui abbozzo soltanto: il contesto in cui porre una parola si viene a creare in seno ad una cultura. In questo senso il lavoro di traduttore è cruciale per il dialogo tra culture e somiglia molto ad un lavoro di diplomazia della interconnessione.

martedì 15 luglio 2008

Faber est suae quisque fortunae


Grande social networker e comunicatore, Keith Ferrazzi parla di come basare la propria carriera professionale su una fitta rete di relazioni, oltre che su passione e interesse profondo per ciò che si fa.

Tempo fa ha pubblicato un libro che si intitola “non mangiare mai da solo”.

Sono iscritto alla sua newsletter ( qui per iscriversi
) che mi dà molti spunti e idee.


Dal Tip 125 leggo: “I’ve always been the architect of my own happiness.” Nulla di nuovo, visto che si tratta di un corollario del più generico(e più antico) “Faber est suae quisque fortunae”. Ogni tanto tuttavia è bello ricordare che bisogna fare così, essere architetti della propria felicità.

lunedì 14 luglio 2008

La via vecchia e la nuova

( Facing the presidential elections )

Nel momento di estrema debolezza in cui si trovano, gli Stati Uniti non hanno bisogno di un
uomo completamente sconnesso
dal mondo, ma di un uomo in linea con i tempi.
In America si può fare.


Valgono ancora alcune considerazioni fatte da me tempo fa.

Linko anche un articolo sul rapporto tra satira e Obama.

venerdì 11 luglio 2008

Io ci metto la (inter)faccia

( Recensione )

“Tutto ciò che è virtuale è reale. Tutto ciò che è reale è virtuale”

Ho avuto l’occasione di leggere con molto giovamento l’
e-book
di Luigi Centenaro che tratta l’argomento Personal Branding tramite i media del paradigma del Social Networking. Tradotto in parole povere - le mie - è la promozione del proprio profilo (professionale e non) tramite la rete, attività che ha un peso ragguardevole sulla vita virtuale e reale di tutti coloro che frequentino la rete.

I pregi di questo e-book sono la semplicità di esposizione e la chiarezza. Nell’introduzione l’autore dichiara che non è una guida per techno-geek ma per utenti della rete, cioè - credo - per il 90% delle persone che “
abitano la rete”. Quindi il bacino d’utenza potenziale di questo e-book è vasto. Procedendo nella lettura delle sue 96 scorrevoli pagine ci si rende conto che è una User Guide molto ben fatta e utile per chi voglia cominciare a curare il proprio profilo su Internet in maniera più attenta.

Il punto di partenza della riflessione sul Personal Branding è l’articolo di Tom Peters del 1997 intitolato “The brand called you”. L’e-book cala i concetti presenti nell’articolo di Tom Peters nel contesto dei Social Media, tracciando uno stato dell’arte degli strumenti tecnologici presenti in Internet con l’avvento del
Web 2.0
: Facebook, Twitter, Flickr, Gmail… e tante altri software (socialware?) ancora.

Di ognuno di questi strumenti l’autore traccia una breve descrizione per poi passare a mostrare come si possono usare con profitto per curare il proprio brand, immagine e presenza sulla rete, anche per evitare di essere sopraffatti dalla rete stessa e dalla quantità di informazioni che si affrontano ogni volta che ci si affaccia ad essa. Il termine “affacciarsi” è appropriato anche perché ogni utente della rete - come giustamente fa notare l’autore - ha una propria “finestra” su di essa, dalla quale si guarda ma si è anche guardati.

L’e-book è una panoramica completa sugli strumenti Web 2.0 e contiene anche moltissimi hyperlink a parecchi siti che posso aiutare ad orientarsi. Ad esempio, ho finalmente calcolato il PageRank del mio vecchio
Blog (un “2” senza arte né parte) andando su WebsiteGrader
, che mi ha dato informazioni in più sull’usabilità e consigli su come migliorarlo.

Visto da un altro punto d’osservazione – e semplificando per benino - il Web 2.0 altro non è che l’implementazione tecnologica del Social Networking, basata sulla legge dei sei gradi di separazione, un’”intuizione” sociologica del 1967. In effetti strumenti come LinkedIn mi hanno portato ad avere molti colloqui in pochi mesi: nemmeno la campagna di CV mailing più ardita mi avrebbe portato a tanto!


Questo e-book può essere letto in pochi giorni (id est: in poche ore) e fornisce subito un colpo d’occhio su quello che abbiamo a disposizione per “comunicare la nostra immagine” (una crasi tra due ambiti – sonoro e visivo - separati solo per convenzione) attraverso la rete. Poi però va consultato più e più volte, ogni volta addentrandosi negli argomenti che espone anche grazie alla profondità data dalla sua caratteristica di “ipertesto”. A me gli ipertesti sono sempre stati congeniali, perché ti danno l’impressione di quante cose ci stiano (o che dovrebbero stare) dietro a ciò che quotidianamente uno dice o scrive. Gli ipertesti sono una sorta di reinvenzione della prospettiva, di nuova relativizzazione e di inserzione in un contesto, tutte cose che smontano ogni tentativo di assolutizzazione di una frase o di un’affermazione. Molto congeniali, appunto. Finisco qui la mia fuga dalla recensione.

Aldilà degli aspetti tecnici, preme all’autore rimarcare i meccanismi assolutamente umani su cui si basa tutto il Social Networking (e le sue implementazioni attuali e future di ogni forma e livello). Sono peraltro questi meccanismi che permettono di apprezzare la panoplia di strumenti virtuali offerti dal Web 2.0 e ne costituiscono la “proiezione nella vita reale”. Affidabilità, Passione in quello che si fa, Condivisione di quello di cui ci si occupa, Competenza sugli argomenti trattati. L’ultimo ritorna ad anello sul primo e verrebbe da chiosare “and so on ad infinitum”.

Senza questi quattro elementi, nessun collegamento al virtuale varrebbe veramente la pena. Siamo online per trasmettere la passione per quello in cui crediamo. Mi ricorda tanto un’attitudine da applicare alla vita stessa.

Ricordiamoci di aggiungere l’
autore
, che ha fornito un ottimo strumento per navigare la navigazione, nella lista dei nostri contatti Facebook.